Mi Ti Trieste. Storia di un'identità al femminile

Al Castello di San Giusto, Bastione rotondo, giovedì 24 agosto, alle ore 21.00, l'Associazione Internazionale dell'Operetta propone Mi Ti Trieste. Storia di un'identità al femminile, da un'idea di Luciano Santin, con Marzia Postogna, Bruno De Caro, Valentino Pagliei e Leonardo Zannier.

Trieste un maschio? Un ragazzaccio? Chi l’ha detto? Ah, Saba... Ha preso un granchio, Umberto: la città è donna. Una ragazzaccia, piuttosto, fissata da robusti stereotipi, come le mitiche “ragazze di Trieste” e l’Angiolina sveviana, Edda Marty e le “mule” del Yupi yupi ala. Femmina vagheggiata quale soggiogante espressione di fascino insieme mediterraneo, nordico e slavo, indipendente e disinvolta più che matriarca. Donna soggetto, pronta nel dire quanto nel fare, usa a scegliere, non a essere scelta.

Un tipo formatosi – nella piena diversità – ai tempi di Maria Teresa d’Austria, le cui provvidenze, nel 700, impressero a Trieste la svolta che l’avrebbe trasformata, da borgo costiero a centro internazionale. Mutarono, allora, economia, popolazione, registro urbanistico-architettonico, lingua. E assieme a loro il costume femminile.

Essendo gli uomini spesso fuori città, a bater le onde, volenti o nolenti le donne dovettero assumere nuove responsabilità.L’emancipazione si fondò sul lavoro e su una compresenza di usanze che favorì l’elasticità nei comportamenti. Maria Teresa pose del resto se stessa quale segno di pariteticità tra uomo e donna, con un’ascesa al trono che interruppe l’ultramillenaria legge salica, e con una serie di provvedimenti, come l’istruzione primaria obbligatoria per i maschi e le femmine, o la proibizione delle monacature forzate.

Favorì anche, la sovrana, l’occupazione artigianale femminile (prima impedita da corporazioni chiuse e maschiliste), espungendo dal regolamento della Borsa di Trieste (creata nel 1755: Roma e Milano dovranno aspettare il secolo successivo), la norma che inizialmente la vietava “al popolo minuto e alle donne”.

Non è casuale che il dipinto di Cesare Dell’Acqua che campeggia nella sala del Consiglio comunale celebrando la gloria e la prosperità di Trieste, sia popolato quasi esclusivamente da figure muliebri.

“Mi Ti Trieste” ripercorre con leggerezza questa storia, con dialoghi vernacoli, citazioni e il fil rouge del canto di tradizione orale, nel quale le donne -“sessolote”, “tabachine”, “sartorele”, “venderigole”-seppero esprimersi direttamente, a volte con fierezza plebea, a volte con sorprendente poesia. Archetipo della triestinità e voce narrante è una “mula”, alla quale fanno da spalle Ucio, una “boba” locale, e un “passeggere”, il napoletano Gegè, volonteroso di farsi spiegare storia e specificità, che a volte gli sfuggono o vengono fraintese (con conseguenti affettuose “remenade”).

 

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